Maurizio Garuti

ALESSANDRO CREMONINI - Pittore

Non è un percorso rettilineo quello che ha riportato Alessandro Cremonini ai pennelli e ai colori. Come succede a molti, la sua è una storia a zig zag che si muove fra incertezze di itinerario e di meta. La vocazione artistica gli è in qualche modo compagna di viaggio fin dai suoi verdi anni: una compagna discreta, che cammina insieme a lui ma che si tiene a distanza, senza precisare la sua natura. Quale arte? Figurativa? Letteraria? Musicale?
La musa non si rivela, se non per incroci di percorso che la rendono ancora più enigmatica. E Cremonini, per lungo tempo, non sa rispondere alla domanda che l’assilla: sento il bisogno di esprimermi, ma come farlo? Con quale linguaggio?
A dieci anni, quasi per caso, vince un premio di pittura la cui commissione è presieduta da un grande della scultura italiana come Quinto Ghermandi. Il maestro, sempre attento ai giovani che muovono primi passi, incoraggia il giovanissimo Cremonini. È una coincidenza che poteva aprire un percorso, magari addirittura indicare una meta, se non un destino. Ma la scintilla non scocca. E Alessandro Cremonini si perde in un itinerario scolastico da tecnico industriale, senza infamia e senza lode, lontano da quel barlume di vocazione così ben intravisto da Quinto Ghermandi.
L’arte, la vena artistica, gli è ancora compagna di viaggio, ma si veste e si traveste nei modi più inaspettati, o se si vuole nei modi più appetibili per un giovane degli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso. Cremonini si fa musicista e il rock di una band giovanile diventa il suo modo di esprimersi. È una fase che abbraccia un periodo importante della sua vita, con risultati che arrivano all’incisione di qualche pezzo per la mappa futura degli anni d’oro del rock bolognese.
Poi il rock passa, e passano anche gli anni della scapigliatura. Le scelte di vita dell’età adulta segnano bene o male la sua esistenza, e Cremonini si ritrova smarrito, ancora per strada, con i suoi dubbi, con la sua ricerca irrisolta. Con qualcosa da dire, ma ancora senza sapere come dirlo.
Poi – sarà la reminiscenza dell’antico viatico ghermandiano, sarà l’incitamento di chi ora gli è più vicino, come la compagna Cristina, o forse più probabilmente sarà un riesame di tutti i percorsi precedenti – ed ecco l’approdo, ecco il personale “terra, terra!” di Alessandro Cremonini. Insomma, la pittura.
Pittura, avvertita in realtà non come avvistamento estemporaneo, ma come conquista laboriosa, come disciplina esigente che richiede studio delle tecniche e dei linguaggi artistici, ovvero di ciò che ad Alessandro è mancato negli anni della formazione. Ma pittura anche come assillo intellettuale totalizzante, che lo induce a guardare tutto – magari durante una passeggiata, un’escursione, viaggio – con gli occhi “prensili” di chi trasfigurerà le sue visioni su una tela bianca.
I suoi quadri prediligono una cifra espressiva dove figure e paesaggi sono “al loro posto”, con tutti i loro elementi di realtà ben rappresentati e riconoscibili. Un naturalismo realistico, a prima vista. Ma ciò che più colpisce, a una lettura attenta, è l’“atmosfera’’ delle visioni. Prendiamo per esempio l’opera intitolata “Spensieratezza”: vi è colto l’attimo di gioco dei bambini accanto alle balle di fieno sullo sfondo di una campagna crepuscolare, distillata attraverso il sentimento della memoria.
Oppure osserviamo il “Canale di Comacchio”, con il marciapiede deserto nell’immobilità solare del mezzogiorno che pare rimandare alla “divina indifferenza” montaliana. Oppure ancora guardiamo la “Campagna toscana”, con quelle colline morbide dove il verde svapora nell’azzurro del cielo, e una strada sinuosa e ondulata viene verso di noi: una strada che forse ricorda un po’ la strada di Cremonini, ma anche quella tortuosa e ondivaga di noi tutti.
Sono opere dove l’autore, per sua stessa dichiarazione, ha inteso dare campo alle emozioni, catturate nei suoi viaggi e poi liberate sulla tela. Emozioni che generalmente promamano da un paesaggio, ma è un paesaggio che parla sempre di noi: della nostra malinconia, del mistero di vivere, della nostra deriva più o meno metafisica, più o meno cosmica. E alla fine si scopre che il realismo è solo apparente. I paesaggi di Alessandro Cremonini sono sempre interiori.

Maurizio Garuti